Perché molte diagnosi di AIDS sono fatte in Pronto Soccorso?
Data: Giovedì, 21 luglio ore 20,07
Argomento: Prevenzione


Nel mondo industrializzato, la diffusione della HAART ha ridotto significativamente l’incidenza di infezioni opportunistiche.

Malgrado ciò un numero ancora elevato di pazienti giunge in Pronto Soccorso a causa proprio di una infezione opportunistica HIV-correlata, espressione di una non-conoscenza della propria sieropositività o di inadeguatezza del trattamento antiretrovirale.

Lo studio di Isabelle Perbost e dei suoi collaboratori dell’Hopital L’Archet di Nizza, pubblicato su HIV Medicine (2005,6,232), tenta di identificare, in un gruppo di pazienti con diagnosi di infezione opportunistica effettuata in Pronto Soccorso, i fattori correlati alla non esecuzione del test e quelli che condizionano il ritardo del trattamento o una non aderenza ad esso.

Lo studio ha compreso 70 pazienti con diagnosi di infezione opportunistica e 140 controlli. Dei 70 pazienti con infezione opportunistica diagnosticata in Pronto Soccorso, 17 (24%) non avevano eseguito il test e 53 (76%) sapevano di essere sieropositivi ma non avevano ricevuto una visita e un follow-up medico periodico (21 casi) o ricevevano controlli medici periodici ma non assumevano la terapia prescritta (25 casi).
I pazienti che non avevano eseguito il test presentavano caratteristiche particolari: basso livello di ansia, disconoscenza del rischio, mancanza di preoccupazione per sintomi prodromici. Secondo gli autori dello studio, è probabile che in questi pazienti intervengano meccanismi di difesa come il rifiuto, l’evitare la situazione, la sfida.
Per quanto riguarda i pazienti che sapevano di essere positivi ma non avevano mai ricevuto un follow-up medico, molto spesso la conoscenza della sieroposività era avvenuta in circostanze non considerate ottimali dal paziente (non in privato, per posta, per telefono) e questo aveva indubbiamente contribuito alla mancanza di un successivo follow-up medico.
Molto spesso, inoltre, il follow-up medico era stato procrastinato nel tempo e ciò era stato interpretato dai pazienti come mancanza di attenzione e controllo da parte dei medici. Infine, era comune, tra questi pazienti, la presenza di un sentimento di non favorevole percezione del follow-up medico a causa di timore per la confidenza, di rifiuto del ricovero ospedaliero, e di scetticismo sull’utilità delle cure mediche.

I pazienti non aderenti lamentavano spesso problemi al momento dell’inizio della terapia (un rapporto costi/benefici sfavorevole agli occhi del paziente; mancanza di convizione ad iniziare il trattamento; trattamento percepito come pericoloso) e consideravano il rapporto medico-paziente inadeguato e troppo focalizzato sulle terapie e poco sulle difficoltà dei pazienti.

*Questo studio dimostra* concludono Isabelle Perbost e i suoi collaboratori *che i pazienti che non conoscono la propria condizione di sieropositività, quelli che non vengono sottoposti a controlli medici periodici e quelli che non aderiscono agli schemi terapeutici prescritti presentano caratteristiche precise e ben definibili. Sulla base di queste caratteristiche è opportuno disegnare ed adottare appropriate strategie di screening e di accesso alle cure al fine di ridurre i casi che giungono al trattamento in fase tardiva e avanzata."*

Fonte: BIaids



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