Intervento del responsabile NPS -Bassa Soglia, Pino Zumbo al seminario europeo IN&OUT tenutosi presso l'Istituto Superiore di Sanita' il 14 e 15 maggio.
Per chi ancora non mi conoscesse, io non sono un medico ma un paziente.
Sono malato Hiv da 25 anni e mi sono infettato nel carcere di Marassi (GE) per via endovenosa all’inizio degli anni 80 usando durante le mie detenzioni una pseudo-siringa artigianale, come altre centinaia di detenuti. Conosco sulla mia pelle dinamiche e sentimenti di un detenuto Hiv.
Il Network Persone Sieropositive che rappresento è formato da pazienti, inutile dire che per via del mio background ho a cuore gli ultimi, quelli appartenenti alla ‘Bassa Soglia’.
Detenuti, tossici, sfigati, sotto-acculturati, immigrati.
Quelli a cui l’informazione arriva poco e male, per scelta, per cultura, per possibilità.
Vale la pena soffermarsi (anche solo per un attimo) sulle carenze strutturali croniche nel settore carcerario del mio paese, tanto per rendere comprensibili agli amici e ospiti stranieri le difficoltà ‘ambientali’ con cui ci si misura. Farò un esempio unico che vale per tutti.
Regina Coeli a Roma, è uno dei carceri all’interno del progetto di In&Out Italia.
Datato 1654, è forse il carcere più antico d'Italia.
Ci sono rinchiusi 916 detenuti, suddivisi in 8 sezioni e un centro clinico.
Le celle sono spesso sovraffollate, e contengono dai 4 ai 6 detenuti.
Molti sono in attesa di giudizio.
Per ristrutturare Regina Coeli sono state spese ingenti somme, ma resta una struttura vecchia e inadeguata. Delle 8 sezioni solo tre sono state ristrutturate.
La prima, la seconda e la terza. I lavori di ristrutturazione però non hanno risolto problemi che riguardano le tubature, l'impianto elettrico e il riscaldamento. Nelle celle dell'ultimo piano spesso l'acqua non arriva. L'impianto elettrico necessita di continue riparazioni e il riscaldamento è insufficiente. La quarta e la quinta sezione sono chiuse per essere ristrutturate.
Le altre sezioni, dalla sesta all'ottava, si presentano in uno stato di totale degrado.
Le celle sono buie, sporche e in pessime condizioni. Gli intonaci cadono a pezzi, non c'è riscaldamento e l'umidità crea chiazze di muffa sulle pareti.
Il centro clinico è decoroso solo al terzo piano, dove ci sono due moderne sale operatorie. Ma nei piani dove ci sono i detenuti malati, il panorama cambia radicalmente. Al secondo piano, 4 o 5 detenuti dividono la stessa cella.
Vasto è il campionario di malattie. Chi è in carrozzina, chi è malato di cuore e chi ha problemi mentali. Uno di loro, S., di 67 anni, è paralizzato a letto dal 1999 in attesa di essere operato.
Al piano terra, dentro celle fatiscenti e maleodoranti, ci sono drogati, barboni e malati di Hiv.
I costi. Manutenzione ordinaria: 14 milioni e mezzo di euro all'anno.
I finanziamenti dello Stato: 21 milioni di euro spesi dal 1999 al 2003 per i lavori di ristrutturazione, più 450 mila euro forniti nel 2006 dalla regione Lazio.
In&Out Italia è stato il primo approccio del Network alla tematica carceraria, vi sono entrato in corsa dopo la scomparsa del primo referente, il compianto amico Gianni Grosso, Barabba per gli amici.
Il mondo carcerario è chiuso, blindato, poco propenso alle novità e agli sconvolgimenti del proprio tran-tran amministrativo e gestionale.
Innanzitutto, vorrei sottolineare alcuni aspetti importanti.
Per la maggior parte dei detenuti, quelli ‘classici’, il bisogno alla salute è importante ma subordinato.
La prima priorità in carcere è di uscire, la seconda, è farsi la pena nel miglior modo possibile.
In detenzione le criticità comportamentali e relazionali sono molte, alcuni detenuti rifiutano la malattia, altri rifiutano i controlli clinici o della terapia, sia per l’assoluta mancanza di privacy, sia per non indebolirsi nel branco, sia per calcolo, (sperando di accedere ai benefici di legge per malattia grave), e non sono da sottovalutare le conflittualità con le guardie e fra altri detenuti.
Di solito, le richieste di accertamenti specifici avvengono solo dopo sintomi evidenti e persistenti, una significativa percentuale della popolazione carceraria è formata da TD, quindi si suppone trasandato per natura, ma anche quelli che non lo sono, cozzano contro i tempi biblici, la burocrazia e le incongruenze di ogni carcere.
I medici devono confrontarsi con scorrette assunzioni terapeutiche, vuoi per dimenticanza, vuoi per problematiche psicologiche, per incomprensione, per dimostrazione, per ribellione.
Molte sono le simulazioni e gli autolesionismi. I medici devono misurarsi anche con i trasferimenti: vuoi per motivi di giustizia, per punizione, per sfollamento, oppure per il rilascio dopo detenzioni brevi.
La compliance del detenuto spesso va a farsi benedire per l’errata o incongrua somministrazione, per gli orari non rispettati, per le improvvise carenze di farmaci, che sempre più spesso costringono a cambiare piani terapeutici anche quando funzionano.
La mancata aderenza scatena le resistenze crociate, che alla fine, con l’andare del tempo, ti bruciano tutte le classi e le opzioni terapeutiche, e non rimanendo più cure il virus ha via libera per darti il colpo di grazia, senza che tu possa reagire combattendo per la tua vita con i farmaci, pesanti, tossici, invasivi, ma necessari.
Di non aderenza si muore.
Per la persona HIV detenuta c’è bisogno di continuità terapeutica, specialmente nei trasferimenti da un carcere all’altro, ma anche tra carcere e territorio.
Quello che l’esperienza ha insegnato, è che i fattori favorenti sono l’educazione tra pari in carcere, l’effettuare prima della scarcerazione un serio Counseling, come supporto psico-sociale pre-rilascio.
Sono necessari protocolli d’integrazione con strutture sanitarie territoriali, per definire un “piano di dimissione sanitaria”, in modo da fornire ai detenuti riferimenti sulle strutture esterne.
Come ho già più volte detto, il carcere rimane la più grossa fucina di infezioni, produttore e concentratore di patologie.
Gli stranieri sono praticamente fuori controllo, sia per lingua che per cultura, inoltre persistono forme di razzismo e discriminazione.
Secondo molti di noi, la base è garantire le migliori condizioni igienico/sanitarie/ambientali, insegnare quali sono i comportamenti più adeguati per ottimizzare il loro stato di salute, nel rispetto delle loro scelte e stili di vita. Garantire competenza, abilità e umanità, nello svolgimento delle prestazioni educative ed assistenziali, rispettando dignità, paure ed insicurezze, garantendo riservatezza.
I medici e le persone coinvolte in In&Out Italia hanno imparato a recepire le esigenze, come le attività di informazione e sensibilizzazione, gli incontri di gruppo, il counselling individuale, l’importanza di messaggi adeguati nel contenuto e nella forma, tenendo conto del livello culturale e delle barriere linguistiche, è lampante il bisogno di facilitatori: mediatori culturali, opuscoli multi-lingua, ecc.
Dai dati del DAP (Dipartimento Amministrativo Penitenziario) si evince che meno di un terzo dei detenuti giornalmente residenti nelle carceri italiane ha eseguito il test Hiv.
L’esperienza In&Out Italia ha dimostrato come l’utilizzo del peer educator che aiuti ed incentivi la formazione di altri peer educator detenuti nei singoli istituti carcerari, abbia incrementato considerevolmente la domanda del test Hiv, tanto da creare vere e proprie ‘liste d’attesa’ per i prelievi, (come avvenuto a S.Vittore e Regina Coeli, entrambi istituti di pena all’interno del progetto).
L’esperienza (e quella di chi mi ha preceduto), mi suggerisce che vale la pena dare una continuità a questo modello e non farlo rimanere un’esperienza fine a se stessa… perché il metodo funziona.
Un metodo che coinvolge la persona, non freddi e anonimi (spesso incomprensibili) opuscoli. Io sono uno di loro. Ex detenuto, malato come loro, che li ascolta, che capisce bene ciò di cui parlano, che sentono. Che parla e pensa come loro, che è malato e si cura, che trasmette che dalla droga si può uscire, che con l’hiv e l’aids si può vivere moltissimi anni, che bisogna curarsi in modo adeguato e interrompere comportamenti a rischio, io lo dimostro spesso anche con la mia sola presenza, spesso non ho neppure bisogno di parlare molto: io esisto, sono la dimostrazione che si può fare.
Nel buio di una cella può essere qualcosa anche questo.
Una speranza a cui aggrapparsi, una breccia nel bastione della prigione di se stesso.
Smettere di drogarsi e curarsi, finalmente.
Rientrare in pista, per poi riscattarsi una volta fuori, riacquistando una dignità sociale ed umana, percependo i valori che ti fanno diventare migliore. Diventare una risorsa, e non più una palla al piede per la società. Tutto questo ha un inizio. Il test Hiv è la presa di coscienza, l’inizio della difficile ed impegnativa risalita, per l’accettazione dobbiamo tutti fare la nostra parte per trasmetterla a chi è rimasto indietro, e non parlo solo di detenuti.
Pino Zumbo NPS Italia. Resp- Nazionale Bassa Soglia.