COME FUNZIONA - L’esecuzione del test è molto semplice: il 99% dei partecipanti allo studio lo ha effettuato con successo. Il dispositivo nel 93% dei casi riesce a individuare una persona effettivamente positiva all’infezione (sensibilità del test), ma nel 7% dei casi etichetta come sane persone che in realtà hanno l'infezione. Ottima, invece, la specificità dell’esame, cioè la capacità di evitare di etichettare come malate persone che invece sono sane: solo in un caso su 5.385 c’è stato un esito positivo poi smentito da ulteriori analisi. Il dibattito ora verte sugli effetti di quel 7% di falsi negativi.
Se l’esame si diffondesse su larga scala potrebbero essere migliaia le persone che, pur ricevendo un esito negativo, sono in realtà sieropositive e quindi potenzialmente contagiose. Tuttavia, nel valutare i pro e i contro dell’introduzione del nuovo test «non si può non tenere conto di un aspetto: l’Hiv/Aids è un fenomeno caratterizzato da un grande sommerso», spiega Stefano Vella, responsabile del dipartimento del Farmaco dell’Istituto superiore di sanità. Si stima che in Italia, al pari degli altri Paesi occidentali, un sieropositivo su 4 non sappia di essere infetto.
IL SOMMERSO - «Oggi, la necessità di andare in ospedale per sottoporsi all’esame per molti rappresenta un freno. Quindi è positiva la disponibilità di un test che contribuisca a far emergere il sommerso permettendo alle persone sieropositive di curarsi e proteggere gli altri», continua Vella. Di certo, c’è un aspetto da non sottovalutare: «Il test fai da te non consente di effettuare il counseling, fondamentale per educare alla prevenzione dell’infezione e per non lasciare solo il paziente di fronte a una diagnosi di positività - aggiunge l’esperto -. Sull’eventualità che il test possa essere rimborsato dal Servizio Sanitario Nazionale bisognerà comunque fare attente valutazioni di costo/beneficio, perché chi ha paura a fare il test oppure non ha il minimo sospetto di doverlo fare non potrà essere probabilmente "stanato" da un più facile accesso all’esame».
Il test fai da te sembra in ogni caso un segnale positivo sul piano culturale. «Finalmente si va verso una "normalizzazione" di questa infezione, che troppo a lungo è stata avvolta da un alone di peccato - conclude Vella -. Far capire a tutti che è possibile prevenirla, che ci si può proteggere e, se positivi, ci si può curare è il primo passo».
FONTE: corriere.it/salute
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