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I racconti di Viruz: Dersu Uzala. Racconti di Viruz
Postato il Venerdì, 30 marzo ore 07,03 di redazione
Racconti di Viruz


Dersu Uzala.

di Pino Zumbo

Lo scooter procede sull’Aurelia, costeggiando il luccicante mare.
Il profumo dei fiori pervade tutta la costa della riviera ligure.
Livio guida sereno, lo scirocco gli soffia in faccia tiepide carezze.
Finalmente è tornato a casa. Nella sua terra, tra la sua gente.
Respira a pieni polmoni quelle atmosfere che non percepiva da tanto, troppo tempo.




Temeva si fossero atrofizzate per sempre. Invece no. Pian piano sta rimpossessandosi di se stesso.
Si è chiuso un cerchio, s’è concluso un ciclo. S’interrompe un’era.
Cala il sipario su oltre cinque anni di esilio umbro, e quasi due di delirio romagnolo.
Condito di speranze e sogni, tenacia e conquiste, certezze ingannevoli e cocenti disfatte.
Per Livio, va bene così. Ne valeva comunque la pena. Non rimpiange nulla.
Specialmente quelle interminabili notti, in solitudine e malattia, vegliate al lume del rancore.
Ha imparato un sacco di cose, più di quanto credesse o s’aspettasse, molte di cui avrebbe fatto volentieri a meno, ma come spesso pensa e dice:
“Le vie del Signore sono infinite, anche se piene di cartelli sbagliati.”
Alla fine tutto si è ricomposto nella sua semplicità, tutti i tasselli del puzzle si sono collocati al loro posto, acquistando finalmente una forma, un senso, ancora una volta, nonostante tutto.
Dopo tanto tribolare, la storia dice che comunque il tempo segue il suo ritmo.
Che gli piaccia o no, Livio è arrivato alla madre di tutti i crocevia. Al punto di non ritorno.
Alla più importante di tutte le scelte. All’offerta che non può rifiutare. 
Nell’ultimo anno, le vicissitudini lo avevano messo ferocemente in ginocchio.
Sembrava che tutti i problemi di svariata natura, avessero formato una folla in coda per incassare i sospesi, lo avevano seppellito così tanto, da far passare la sindrome in secondo piano.
Troppi casini, troppe scadenze, troppe impellenze, troppa miseria, troppa depressione, troppa disperazione, troppa fragilità fisica, troppa precarietà… troppe palle piene.
Sapeva che stava precipitando nella merda, ma quando il gorgo ti tira giù, ti aggrappi a qualsiasi appiglio. E alla fine della favola, l’unico che aveva e ha sempre avuto, era se stesso.
Invece si sbagliava anche su questo.
Mai come in uno dei periodi più sgomenti della sua esistenza, ha avuto conferme dai vecchi amici di sempre, e mai avrebbe creduto di farsene di nuovi della stessa caratura.
Senza di loro, malgrado tutto, Livio non ce l’avrebbe mai fatta.
È stata una gioia immensa, gratificante, preziosa, energetica, apprendere di avere ancora degli amici su cui poter contare, dopo aver rotto finalmente l’incantesimo, Livio si è reso conto di averne tanti.
Molti di più di quanto osasse sperare, di quanto credesse, di quanto sospettasse.
Il troppo isolamento totale, lo sforzo per mantenere gli impegni nonostante la precarietà fisica, il dramma economico ed esistenziale, stavano finendo per sbalestrarlo definitivamente.
Troppo provato, sfinito, esausto, logoro, invecchiato. Quasi vinto.
Abbandonato in balia di una massacrante, abissale, iniqua e desolante solitudine.
Preoccupato di non riuscire più a sopravvivere nella foresta selettiva e discriminatoria di questa società del belino, per la prima volta nella sua inammissibile vita, ha avuto paura di non farcela.
È rimasto imprigionato nell’angoscia di non esser più neppure in grado di centrare gli obiettivi minimi per continuare a resistere., resistere, resistere. Un uomo a pezzi, mortificato dalle ingiustizie sociali, spianato da problemi fisici, economici, esistenziali, sentimentali, affettivi, morali.
In perenne lotta mortale con una sindrome che tira a fotterlo da sempre.
Non intravedeva più niente per cui valesse ancora la pena combattere. Burnout su tutti i fronti.
In un certo senso, per Livio morire significava interrompere un’eterna agonia.
Usurato, non si sentiva più in grado d’inventarsi una vita, come aveva fatto fino a quel giorno.
Non vedeva più sbocchi, nessun obiettivo realizzabile, se non quello di finire i suoi giorni in un hospice per conclamati alla frutta, anzi, al caffè… anche se non è detto che non lo sia.
Ma questo non vuol dire niente per Livio, assolutamente niente.
Se avesse subito supino le sentenze di dotti medici e sapienti, non sarebbe più tra i vivi da lustri.
In trentadue anni di Hcv (la beccò quando ancora si chiamava ‘non A non B’) e ventotto anni di Hiv (lo beccò quando ancora si chiamava HTLV III) è successo di tutto, sentendone di tutti i colori.
Una coinfezione che alla lunga non lascia scampo, ma che Livio ha sempre tenuto saldamente per le corna come tutto il resto, dopotutto senza neppure troppi sacrifici, escluso quello di smettere di farsi, vent’anni prima, un bel cimento. Risolutivo.
Nessuno ad oggi, è depositario della verità assoluta, nulla è scritto, in questa fottuta sindrome, subdola, mutante, mortale.
Insomma per Livio, diagnosticato più volte come ‘incompatibile con la vita’, sostanzialmente… il paradiso può sempre attendere.
E comunque ha già rimesso alla grande i suoi debiti, il biglietto è autentico, saldato da un’esistenza in contanti, la valigia è pronta, ha tutto in regola da tanto tempo.
Non ha paura di traslare nel baretto tra le nuvole dell’aldilà, sa di avere un posto riservato al tavolo degli amici che lo aspettano senza fretta.
Perché i morti insegnano una cosa sola: Che è meglio restare vivi.
Avranno tutta un’eternità per farsi una marea d’immortali risate insieme, finalmente.
Livio decelera, la guarda attraverso lo specchietto… si gira rapidamente stampandogli un fulmineo bacio sulla bocca, è tranquillo, adesso può rimembrare più serenamente quell’incubo passato. 
Ripensa a quel giorno di settembre, durante l’apnea nella merda, che un amico dall’altra parte dell’emisfero, che non aveva mai visto, che non avrebbe mai sospettato di avere, gli gettò un esile appiglio a cui aggrapparsi. Un dono inatteso, insperato, non preventivabile.
Per Livio funzionò meglio di qualsiasi  ‘salvavita’. Fu la speranza, la scintilla che lo rimise in moto.
Scorse un barlume, una possibilità, intravide uno spiraglio, che poteva far diventare una breccia.
Certo tra il dire e il fare, c’era di mezzo troppo mare, specie per uno nelle sue condizioni generali, ma Livio non ha mai avuto troppe difficoltà a sfidarsi, ad affrontarsi.
Non l’ha mai impressionato spingersi fino al limite per verificarsi nei limiti e potenzialità, specialmente quando non ci sono alternative, o quando intravede la possibilità di poter vincere.
Lui è sempre stato uno che si schiera, rischia, prende posizione, aperto alla sfida, a cui piace alzare l’asticella, superare il limite, per imparare nuove lezioni, nel bene e nel male.
Apprendere, crescere ed evolvere, sempre e comunque.
Tante volte è finito col culo nella polvere, e altrettante si è rialzato, ammaccato, avvilito, ha sempre risollevato le chiappette da terra, e così farà fino a quando permarrà tra gli impermanenti.
Stava soffocando, stava soccombendo, ma voleva farcela, con tutto il cuore e l’anima.
Mentre tutto il suo mondo si consumava tra le fiamme di un rogo che sembrava predestinato, un’ inaspettata  mano amica si tendeva verso lui.
Ad ogni curva, il golfo del Tigullio appare nel suo splendore, anche di sera, quando le luci dei borghi e le creuze si riflettono tra le onde del mare, che pian piano si srotolano pigramente.
Livio si ferma in cima al curvone di Sori, la vista su Punta Chiappa è fantastica.
Dietro c’è Portofino e Paraggi, due posti incantevoli, invidiati da tutto il mondo.
È lì che vuole andare Livio, dove vuol portare la sua amica venuta da lontano, Elizaweta.
Bella e giovane, dolce ed educata pediatra russa, scesa per incontrarlo dopo tanti mesi epistolari.
Il muretto che costeggia l’Aurelia è pieno di fiori profumati, viola, gialli, arancioni, una festa di colori e profumi, lei rimane seduta ad ammirare il panorama, senza girarsi, con discrezione.
Livio s’incammina per qualche metro, sembra voglia andare a pisciare in un anfratto.
Quando si gira, si ritrova un mazzetto di profumatissime dalie davanti al viso.
Livio non era sceso per pisciare, ma per cogliere i fiori dal muretto di una lussuosa villa sulla strada, dove sapeva che li avrebbe trovati. Quello è un posto che conosce bene, dove si fermava spesso a rotolarsi una cannetta. Un posto che ha sempre meritato, a prescindere.
Lei sorride, felice come una bimba.
Lo abbraccia e se lo bacia appassionatamente per un paio di minuti, lui gongola, sta una favola. Finalmente, dopo tanto tempo.
Solo fino a poco più di un mese prima, languiva solo e disperato nella merda totale, in balia dei se, dei forse, dei ma, e anche se non vorrebbe, le schegge di quell’obbrobrio lo colpiscono ancora.
D'altronde la sensibilità, è un capriccio delle percezioni.
E lui ha solo ricordi da dimenticare più in fretta e profondamente possibile. Forever.
Per non farli nuocere più. Tanti, troppi, da seppellire nell’intercapedine della memoria.
Lo scooter riprende il tragitto, Elizaweta ha spostato il casco in modo da appoggiare la testa sulla spalla di Livio, se lo tiene abbracciato forte, lui le tiene la mano sinistra appoggiata sulla coscia.
Si sente alla grande, finalmente può rimembrare con meno rabbia e dolore alcuni dei periodi più bui della sua vita, il maledetto delirio romagnolo.
Nevicava, nevicava, nevicava. Non la finiva mai. Per sei giorni, notte e giorno.
Ininterrottamente. Tutto sommerso, silente, immacolato, candido, sepolcrale.
Livio nella sua vita, non aveva mai visto tanta neve tutta in botta. così incessante, implacabile.
Neppure nelle località sciistiche in cui aveva soggiornato in passato.
Se fosse stato in Siberia l’avrebbe messo nel conto, ma nella fottuta Romagna, a diciotto chilometri dal mare di Cervia e Cesenatico, non lo avrebbe mai creduto, come non avrebbe mai creduto tante altre cose, di quell’odioso delirio romagnolo del cazzo.
Eppure era così, era tutto vero, tutto coperto, tutto sommerso, tutto fermo, immobile, silenzioso.
Quello scooter che ora lo scorazza in riviera con una bella patata abbracciata alla schiena, era seppellito con tutte le altre macchine posteggiate, intrappolate come i bidoni della rumenta, i cartelli stradali, le strade, i muretti, come tutto il resto, per oltre una settimana.
Tutto spianato, sparito sotto l’uniforme manto cristallino, come una tomba glaciale.
Sembrava la steppa, la tundra, il polo nord.
Sei giorni completamente prigioniero dell’implacabile tormenta.
In balia della sorte, senza poter uscire neppure dal portone, anzi, neppure sul balcone.
Tagliato fuori da tutto, senza cibo, ma soprattutto senza medicine. Antiretrovirali finiti.
Terminati anche i farmaci per i problemi cardiovascolari e per l’ipertensione. Un casino davvero.
Senza farmaci, il suo sangue diventa spesso come il bianco d’uovo, circola alla belin di cane in arterie mezze tappate da trombosi, ipertensioni e cazzi vari, deve stare molto attento a tenerlo sempre fluido. Infarto e ictus sono sempre acquattati dietro l’angolo.
Sono nemici temibili e rispettabili, c’è poco da fare gli stronzi.
Visite e controlli erano saltati, tutta la città era completamente isolata, stazione compresa, non passano neppure i treni.  Non circolava nessuno, tutto chiuso, immobile.
Faceva un freddo polare, fuori anche 19 sottozero, ma dentro casa, a Livio pareva peggio.
Stava senza riscaldamento, con l’acqua fredda.
Non avendo i soldi per pagare le bollette, era stato costretto a staccarli per non andare nei puffi di una mora che lo avrebbe fatto inseguire dagli sciacalli dalle cartelle esattoriali.
Alternative non ne aveva, come non aveva soldi, né appoggi.
Stava inguainato sotto il piumone con lo scaldasonno acceso, viveva praticamente seppellito nel letto, uscirne era improponibile, anche le piaghe da decubito lo martoriavano.
La paura di beccarsi una polmonite era molto concreta, cercava di stare in campana, ma andare in bagno o in cucina era necessario, anche se ogni volta diventava un’impresa alla Amundsen.
L’ospedale gli telefonò per dirgli che anche loro erano bloccati, isolati, e sarebbero saltate le analisi.
Le fottute resistenze crociate, che Livio non riusciva a fare da mesi per colpa dei vincoli di numero chiuso e del giorno prestabilito, il giovedì (chissà perché, tassativo e improrogabile anche in caso di forza maggiore). Messa al corrente della sua reale situazione, l’infermiera gli suggerì di telefonare alla croce rossa o ai carabinieri, per spiegare l’emergenza, per farsi dare una mano…
Ma lui rispose… che in qualche modo se la sarebbe cavata.
In quell'ultimo periodo, si sentiva come Dersu Uzala.
Livio ha sempre avuto grande cuore e scarsa fortuna.
La tormenta aveva anche bloccato il progetto carcerario, che con tanta fatica stava seguendo.
Avrebbe già dovuto recuperare un paio di date, saltarne ancora, avrebbe significato inficiare i riscontri di tutto il lavoro svolto con fatica fino a quel momento, costato un prezzo fisico molto rilevante e svolto gratis.
La sentiva come una missione, c’era bisogno di lui, e lui c’era, per il momento.
Vivendo solo, nonostante le mille assillanti incombenze, la cosa più importante per lui prima di ogni trasferta carceraria, era comunque sistemare il suo amato cane.
L’unico membro della sua famiglia che considera tale, in assoluto.
Quella volta sembrava praticamente impossibile portarlo alla pensione che stava in campagna, in cima ai monti. Gli era stato assicurato dai gestori della pensione che la strada per arrivarci era stata sgomberata, perlomeno la loro. Certo restava rischiosa, faticosa, ma praticabile con le catene.
Anna conosceva bene la situazione di Livio, ogni tanto andava a scambiare due chiacchiere, specie quando decifrava le sue frasi di disperazione su internet.
Qualche volta era andata a cena da lui, ma le ultime due volte era dovuta rimanere col giubbotto addosso, saldata vicino la stufetta elettrica… Livio si vergognava come un ladro.
Si diceva che non era giusto invitare amici, se bisognava farli schiattare di freddo.
Era l’unica amica che aveva in città, a parte Cristian, che però al momento stava in India.
Spiegata la situazione, gentilmente, con grande cuore e spirito temerario, si offrì d’accompagnarlo sul cucuzzolo della montagna. Anna fa’ un lavoro tosto, all’aperto, ci vuole una bella tempra. 
Per aumentare il thrilling, avevano anche l’incognita dell’auto, già molto incasinata di suo.
Ogni volta che doveva avviarla, doveva aprire il cofano e trafficare con una chiave sulla batteria. Armeggiava imperterrita sotto le intemperie, sorrideva con ironia, sarcasmo.
Partirono all’avventura con tanto coraggio, ma si resero subito conto che sarebbe stato davvero un bel casino. Buio pesto, freddo becco, città irriconoscibile.
Non si riconoscevano neppure più le strade. Per Livio nulla di trascendentale, è mezzo cecato e foresto, ma Anna è nativa, autoctona, eppure non riusciva a capire neppure dove cazzo fossero.
Erano allibiti, increduli, perplessi, intimoriti, era una pericolosa incognita.
Se c’è una cosa che non è mai mancata a entrambi, è l’ironia, si fanno un filmino della situazione grottesca e surreale, ci ridono sopra per sdrammatizzare, la prendono con relativa filosofia.
Livio è l’imperatore della cazzata, ha il cervello pieno di anidride carbonica e cristalli di piscio, la battuta gli sorge spontanea e Anna si fa spesso una cifra di risate.
Sanno che due testine di cazzo determinate come loro, in qualche modo faranno, in qualche modo la spunteranno. La macchina procedeva con le catene verso la vetta.
Il cane seduto tranquillo dietro, guardava perplesso l’oceano bianco sovrastare qualsiasi cosa. Anche lui era rimasto bloccato in casa con Livio e la gatta, doveva fare i bisogni sul poggiolo, anch’esso impraticabile, coperto da un metro e mezzo di neve ogni giorno.
Livio con le ridicole energie residue gliela spalava per farlo espletare, per poi insacchettare gli stronzi e metterli nel mucchio della spazzatura che non poteva buttare.
La lavatrice non poteva essere svuotata né la roba stesa, gli sembrava di sopravvivere accampato come uno zingaro. Piatti  e bicchieri sporchi ammonticchiati sul lavandino, casino e confusione ovunque, in un freddo che paralizzava.
L’auto procedeva solitaria inerpicandosi nell’oscurità, non c’era anima viva in giro, neppure un faro nella notte… più s’inerpicavano, più la strada diventava un casino.
Salivano a passo d’uomo, imperterriti. Un muro di tre metri di neve su ogni lato.
La strada a doppio senso, era praticamente ridotta a uno stretta mulattiera ghiacciata.
Finalmente, dopo molto tempo, dal retrovisore si scorgono un paio di fari in lontananza.
S’allarga il cuore ad entrambi. Finalmente segni di vita, non erano completamente soli, immersi nell’immacolato nulla. Ma il bello doveva ancora venire…
Ad un certo punto, vedono in lontananza tre puntini accesi, colorati.
Pian piano, a fatica, s’avvicinano. Sono tre enormi spalaneve. Hanno tre benne esagerate.
Uno monta i cingolati e due le ruotone, che sono il doppio della nostra macchinina catenata.
La strada è interrotta, stanno aprendo il varco!
Manco fossero Yoghi e Bubu sperduti nel parco dello Yellowstone…
Roba da ‘Passaggio a Nord-ovest’. Da ‘Antartica.’
I due amici si guardiamo in faccia e scoppiano a ridere.  
Pensare che in fondo, sono dentro quella temeraria e avventura, in quel gelido casino, solo per il dovere di accudire il cane…
Livio scende dalla macchina e và a parlare con l’autista dell’auto dietro.
Chiede se la strada è giusta per la pensione dei cani, non è più sicuro neppure di quello.
L’uomo gli risponde di sì e che gli lampeggerà quando saranno a tiro.
Livio rientra in macchina più tranquillo comunicando la lieta novella all’amica.
Gli spalaneve dopo una mezz’ora aprono il varco, proseguono. Cartelli e riferimenti, tutti seppelliti.
Se il buonuomo non gli avesse lampeggiato, non sarebbero mai riusciti a vedere il ripido svincolo.
Tutto era completamente sommerso, cancellato, sparito.
Per finire in bellezza, a Livio toccano anche tre chilometri a piedi, all’andata scoscesi e al ritorno irti, al buio e al gelo. Se fosse straccionato in terra scivolando sul ghiaccio, si sarebbe spaccato in due, si sarebbe chiuso come una sedia a sdraio.
Alla fine sono riusciti a concludere l’avventura e Livio a riprendere il lavoro.
Con grande dolore e stoicismo, e col determinante aiuto di Anna, che quel giorno le dimostrò tutta la sua amicizia, la sua comprensione, la sua condivisione, la sua ‘presenza’.
Livio procede sull’Aurelia, sorride, tiene la mano sulla coscia di Elizaweta, sente i suoi seni appoggiati alla schiena… e si risente come il re del mondo, una sensazione sublime.
Scendono verso S.Margherita, serata e scorci sono fantastici.
Ma il ricordo di poche settimane prima, dello scampato pericolo è troppo fresco, prosegue.
Un altro momento topico che faceva un’ulteriore differenza, trasformando un’amicizia in affetto, è stato il viaggio a Pavia. Un’altra volta per la stessa motivazione:
Sistemare il cane in una pensione che lo accudisse adeguatamente, stavolta per almeno quattro mesi.
Si mancheranno molto entrambi, ma quando necessità impone… non c’è scampo.
Pensione trovata e messa a disposizione da un altro nuovo amico, una grande persona con un cuore grande come una casa. Un altro che ha fatto breccia nel cuore di Livio.
Per accompagnarlo in quell’avventura, Anna sacrificava una giornata del suo tempo e lavoro.
Per appoggiarlo, Matteo doveva fare i salti mortali sul lavoro e posticipare di un oretta un impegno personale molto importante.
Livio guida sorridente, accarezza la coscia di Elizaweta e pensa che quelle cose, quei topici momenti, quella situazione, non se le scorderà mai.
Si stava per trasferire definitivamente a Genova, doveva scoppiarsi un trasloco il giorno dopo.
In otto mesi, tra mille casini, aveva fatto quattro traslochi in altrettante città diverse, in tre regioni differenti, delirio che avrebbe fiaccato il morale e le energie di chiunque.
La casa era ancora incasinata in cartoni fatti e altri da riempire, le pulizie in alto mare di brutto.
Ha dovuto perdere molte delle sue cose, altre le ha volute abbandonare apposta, come a recidere i ricordi e le nefandezze che l’avevano sballottato per un decennio. Due intensi lustri, vissuti pericolosamente. Che gli hanno insegnato tante cose, che non si permetterà mai più di subire, né per miseria, né tantomeno per amore. Per Livio quell’epopea muore lì, finalmente, giustamente.
Per ogni porta che si chiude, altre si aprono.
Nuova vita, nuove possibilità, nuove speranze, nuovi obiettivi, nuove motivazioni, nuovi orizzonti, che prendevano il posto di quelli perduti. Ma allo stesso tempo, nuove minacce, nuove sfide.
È venuto per Livio, il tempo di pensare a se stesso, alla sua salute che non ammette più trascuratezze, a volersi più bene, ad riapparecchiarsi compatibilmente e adeguatamente quel che resta del giorno prima che scenda la notte. Nessun rimpianto. Anzi.
Con l’aiuto di Cristo ‘Henry’ alla fine, ancora una volta lo farà risorgere dalle proprie ceneri, come l’Araba Fenice, pisciando nel culo di Edward che anche stavolta ce l’aveva messa tutta.
Lo scooter procede sull’Aurelia…
Fine prima parte.
 


 
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